Il Territorio - Pro Loco Moggese

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Il Territorio

 
 
CENNI NATURALISTICI
 
 




“QUI NON PALAZZI, NON TEATRO, O LOGGIA,
MA ‘N LOR VECE UN ABETE, UN FAGGIO, UN PINO
FRA L’ERBA VERDE E ‘L BEL MONTE VICINO
LEVAN DI TERRA, AL CIEL NOSTR’INTELLETTO”.-

FRANCESCO PETRARCA

 
 
Il territorio moggese occupa una vasta porzione del settore alpino nord-orientale del Friuli Venezia Giulia.- Con i suoi 143.84 Kmq. di superficie risulta fra i più estesi non solo della montagna friulana ma dell’intera Regione.- E’ interessato da tre zone geografiche: la parte meridionale, a sud del fiume Fella, appartiene alle Prealpi Giulie, la parte centrale fino alla testata della Val Aupa, rientra nelle Alpi Carniche e più specificatamente nelle Alpi Tolmezzine o d’Incarojo, mentre la parte settentrionale, comprendente l’alto bacino del torrente Pontebbana, si inserisce nell’ambito della Catena Carnica Principale.-
Buona parte della superficie comunale è disposta in modo asimmetrico rispetto alla vallata del Fella, estendendosi quasi completamente sulla destra orografica e insistendo su ben quattro valli incise da importanti tributari di quest’ultimo.-
Idrografia ed orografia seguono uno sviluppo prevalentemente meridiano e sono quindi, di immediata comprensione e sintesi negli aspetti generali.- Infatti i principali tributari di destra del Fella, che formano le quattro valli subparallele con le relative dorsali, plasmano la maggior parte del territorio Moggese.- Muovendoci da occidente ad oriente possiamo scoprire la selvaggia ed isolata Valle del torrente Glagnò, vera e propria area da “wilderness”, sovrastata dal maestoso gruppo del M. Sernio (m. 2.187) e dalla lunga catena che, originanti dalla dolomitica Creta Grauzaria (m. 2.065), la divide dalla Val Aupa.- Quest’ultima ha origini più settentrionali delle contermini e mentre la testata è dominata dalla Crete dal Crons (m. 1.664), ad oriente è delimitata da basse cime che la separano dal bacino del torrente Alba.- La Val Alba è chiusa a settentrione ed ad oriente dalla catena di monti che dominano l’abitato di Moggio, la dorsale si sviluppa sui massicci del M.te Cjavalz (m. 2.098), del Cjuc dal Bor (m. 2.195), per giungere infine al M.te Pisimoni (m. 1.880) poderoso baluardo sul Fella.- Proseguendo ancora verso levante incontriamo la depressione del rio Simon, adiacente alla Val Alba ed originantesi dal versante sud del Cjuc dal Bor, contraddistinta da un paesaggio aspro e selvaggio non privo di fascino, con balze rocciose strapiombanti ove il cristallino Rio si è incassato profondamente.- A queste valli principali, si devono aggiungere quelle non meno belle e interessanti, seppur di gran lunga inferiori come estensione, che solcano a fondo i versanti settentrionali del settore prealpino, affluenti di sinistra del Fella ed in parte ricadenti nel parco delle Prealpi Giulie.- Eccezione evidente a questo andamento prevalentemente meridiano è data dal settore settentrionale del territorio, interessato dall’alto corso del torrente Pontebbana che sostanzialmente si sviluppa in direzione N-W, S-E.- L’estremità superiore di questa amena vallata è limitata dall’ampio passo del Cason di Lanza (m. 1.552) e dalle cime della Catena Carnica Principale ove, per Moggio, si raggiunge la massima altitudine con la Creta di Aip (m. 2.279) (Trogkofel).-
Dal punto di vista geolitologico il territorio è caratterizzato dal prevalere di rocce sedimentarie (calcari, dolomie, marne, argilliti, conglomerati, gessi, etc...) di tipo carbonatico.- Nella parte interessata dalla Catena Carnica principale, si rinvengono le formazioni più antiche risalenti all’era Paleozoica.- Verso meridione, sullo spartiacque che divide la Val Pontebbana dalla Val Aupa, troviamo affioramenti del Permiano e Trias inferiore.- Per la maggior parte il territorio rimanente è caratterizzato da compagini geologiche del Trias superiore e medio, ove sono compresi i massicci montuosi più importanti costituiti quasi per intero da dolomia principale.- I terreni quaternari si localizzano prevalentemente nel fondovalle ma sono puntualmente rappresentati anche lungo le pendici ed in generale costituiti da detriti di falda, morene wurmiane, coni di deiezione etc....- Morfologicamente le valli moggesi differiscono dalle ampie valli carniche per un aspetto più tormentato, a volte angusto con versanti ripidi a balze aspre e selvagge, avvicinandosi piuttosto all’austero e incantevole paesaggio delle Giulie.-
Le caratteristiche climatiche miti della regione Friulana influenzano il clima della nostra zona alpina.- Pur rientrando in un quadro generale di tipo “temperato oceanico” il clima moggese è contraddistinto da ampia variabilità.- Spesso le differenze risultano significative, infatti , nel settore della creta di Aip, tenuto conto del gradiente termo-pluviometrico, il clima risulta più continentale.-
La geolitologia, la morfologia e l’azione climatica determinano una elevata variabilità ambientale, peculiare dal punto di vista floro-vegetazionale e faunistico.- A cavallo di due grandi zone fitogeografiche, quella occidentale centroeuropea e quella orientale illirico-balcanica, esplorando il territorio moggese si possono incontrare specie floristiche rappresentative di ambedue le aree.- La distribuzione vegetazionale rispecchia le condizioni ambientali e segue il caratteristico abbassamento dei limiti altimetrici.- Semplificando molto: le formazioni vegetali del settore centromeridionale sono rappresentate da boschi misti a prevalenza di Pino Nero consorziato a varie latifoglie (faggio, carpino nero, orniello, roverella, etc...),oltre alla presenza di faggete pure del piano montano.- Nella parte settentrionale, alta Val Aupa e parte del bacino del Pontebbana, si rinvengono boschi misti di Abete Rosso, Abete Bianco, Faggio e presenze sporadiche di Pino Silvestre, di Larice e di altre latifoglie.- L’alto corso del Pontebbana è caratterizzato da fustaie di resinose con presenza quasi esclusiva dell’Abete Rosso ed in subordine del larice nelle zone apriche.- A quote più elevate oltre il limite del bosco, insistono boscaglie pioniere (mughete, ontaneti) e le praterie alpine.- Altre formazioni degne di nota sono i saliceti riparii lungo gli alvei dei torrenti.- Di origine antropica sono i prati stabili e i pascoli montano-alpini che, se abbandonati, vengono lentamente riconquistati dal bosco, perdendo così una tessera dell’eco-mosaico alpino.-
Il patrimonio faunistico risulta non meno interessante di quello floristico-vegetazionale da cui, peraltro, dipende.- Costretti a tralasciare la cosiddetta “fauna minore”, rivolgiamo l’attenzione alla “macrofauna” citando i grossi ungulati presenti: il Camoscio, elegante presenza delle giogaie alpine, il Capriolo, schivo e saltellante abitatore di boscaglie e radure, il superbo Cervo, regale frequentatore dei boschi più maturi.- Unico canide presente è la Volpe che ha subito pesanti decimazioni a causa della rabbia silvestre.- Rari visitatori, in espansione dalla vicina Austria e Slovenia, si segnalano l’Orso e la Lince.- L’avifauna è varia e ampiamente rappresentata; difficile scegliere le specie più significative, ma pur consci di escludere la maggior parte ricordiamo i Tetraonidi: il Gallo Cedrone, il Gallo Forcello, il Francolino di Monte e la Pernice Bianca.- Si presentano i grossi rapaci diurni: l’Aquila e la Poiana; i più piccoli ma veloci Astore e Sparviero; nonché quelli notturni: Gufi, Allocco, Civette.- Per finire ricordiamo alcune specie dell’erpetofauna: la Vipera del Corno, il Marasso e il Ramarro, la verde Lucertola che ama crogiolarsi al sole ai bordi delle mulattiere e sui muri a secco.-
Da questo breve excursus si rileva che il territorio moggese, per la sua posizione, estensione e variegata morfologia, ponte tra Giulie e Carniche, fra Alpi e Prealpi, può a buon diritto confermarsi settore di transizione fra i diversi distretti alpini e ciò lo pone in una particolare condizione di preziosità e compendio di varie caratteristiche ambientali.- L’impatto antropico, nel complesso, non è rilevante e si possono ancora apprezzare paesaggi con caratteristiche naturali di particolare bellezza.- In tutto il territorio moggese vi sono motivi di interesse; per il naturalista, lo storico, il “curioso”, l’alpinista, l’escursionista ..... ad ogni “svoltata d’angolo” c’è sempre qualcosa di inedito da scoprire, basta avere “nuovi occhi” come scrisse M. PROUST.- L’importante è che percorriamo questo territorio con emozione, osservando ascoltando, frequentandolo e studiandolo con rispetto: “in punta di piedi e con il cappello in mano”, solo allora scopriremo MOGGIO UDINESE.-
 
 
 
 
 
 
STORIA

Le origini di Moggio sono remote. Alcune monete romane trovate nel chiostro abbaziale e sul colle di Santo Spirito attestano l’esistenza di insediamenti romani. Ulteriore conferma è la pietra sepolcrale inserita in un pilastro del chiostro con la scritta: “L.ACC.I.LIBELL OSSA” di indubbia origine romana. Non si può escludere che precedentemente ci fossero insediamenti Celto-Carni.
Il primo documento che si riferisce a Moggio è del 1072: “castrum quod Mosniz nuncupatur” (castello che è chiamato Mosniz). L’origine del nome è probabilmente slava e trova suffragio negli altri toponimi della valle. Le varianti del nome sono state numerosissime: friulana Mueç, resiana Mosiz, tedesca Mosburg o Mosac, latina Modium o Mosacium (da cui deriva il nome dell’abbazia mosacense).
Il documento citato avvalla l’esistenza, negli anni mille, di un castello medievale e trova conferma nel documento più famoso datato 1084: la donazione del feudo di Moggio da parte del conte Cacellino, nobile carinziano, maestro supremo della corte imperiale, al patriarca di Aquileia Federico, suo parente, perché costruisca al posto del castello un monastero.
Da qui comincia la storia di Moggio che si identifica con quella della abbazia.

1119 Il patriarca d’Aquileia Voldarico fa consacrare il monastero di San Gallo da Andrea, vescovo di Emona. Il primo abate è Bebolfo e i frati sono benedettini dalla veste nera.
1136 Il patriarca Pellegrino conferma all’Abbazia i privilegi e i possessi in Carinzia, in Friuli e nella Carnia e la supremazia sulle pievi di Cavazzo di Dignano e di Gorto. L’abate Bebolfo fa la consegna di due mansi di terra in Obdas (attuale Ovedasso)
1149 L’imperatore Federico Barbarossa conferma i possessi, le prerogative e i privilegi abbaziali.
1329-1349 E’ abate Ghiberto da Marano. L’abbazia raggiunge il massimo della prosperità: centoquarantasei proprietà fondiarie, di cui centouno in Friuli e quarantacinque in Carinzia; la piena giurisdizione spirituale, alla dipendenza diretta della S. Sede, sulle chiese del Canal del Ferro, della Val di Gorto, di Osoppo, di Dignano, di Flaibano e di San Martino in Feistritz, e la giurisdizione temporale, quale feudataria del Patriarca di Aquileia.
1391 Un incendio danneggia la torre abbaziale.
1401 Agli abati feudatari succedono gli abati commendatari, prelati residenti in altre sedi e usufruttuari dei beni abbaziali.
1420 L’abbazia, con la caduta del Patriarcato, passa sotto la Repubblica di Venezia.
1422 Le truppe ungheresi di Ludovico di Teck saccheggiano l’abbazia asportando libri, mobili, argenterie e paramenti.
1511 Un grave terremoto danneggia il monastero e tutto il paese.
1516 I moggesi erigono la chiesa di Santo Spirito, forse come voto per essere sopravvissuti al terremoto.
1564 L’abate commendatario Carlo Borromeo, vescovo di Milano visita l’abbazia.
1722 E’ costruita in Glerie la Fabbrica di Jacopo Linussio: produce tremila pezze di rensetti l’anno e impiega duemilacinquecento donne nella filatura del lino, cinquecento maestri tesseri e tanti altri operai nella tintoria, nei mangani e nei filatoi.
1761 Daniele Delfino, penultimo abate commendatario, fa costruire la nuova chiesa abbaziale barocca sul sito della precedente chiesa gotica, di cui è conservato il battistero e il campanile.
1773 Il Senato Veneto sanziona la fine dell’abbazia di Moggio. I beni abbaziali sono acquistati per quarantaquattromila ducati dai signori Mangilli e Leoni, che assumono il titolo di Marchesi di San Gallo. La giurisdizione ecclesiastica passa all’Arcivescovo di Udine.
1797 Napoleone occupa la Repubblica di Venezia e per il Trattato di Campoformido Moggio passa sotto l’Austria.
1807 Le ville di Moggio di Sopra, di Moggio di Sotto e di Ovedasso vengono accorpate per effetto della riforma amministrativa napoleonica e nasce il Comune di Moggio Udinese.
1866 Moggio fa parte del Regno d’Italia.
1869 Papa Pio IX riconosce alla Pieve di Moggio il titolo di Chiesa Abbaziale e al parroco il titolo di Abate Presule e le insegne prelatizie.
1913 Gli industriali Ermolli di Varese aprono una cartiera in cui trovano lavoro sessanta dipendenti.
1916 Il re Vittorio Emanuele III visita il comando militare di zona in Val Aupa.
1919 Il Trattato di San Germano assegna la Val Canale all’Italia e Moggio annette l’alta valle del rio Pontebbana.
1921 Moggio raggiunge il massimo storico degli abitanti: 4709.
1934 Carosello storico sulle origini dell’abbazia per festeggiare il titolo di Protonotaro Apostolico concesso agli Abati pro tempore.
1976 Un violento terremoto causa ingenti danni al paese e provoca quattro morti.

MONUMENTI
Moggio Alto

Chiesa abbaziale di San Gallo: costruita nel 1761 dall’abate Daniele Delfino e consacrata nel 1768 dall’arcivescovo di Udine Gradenigo. Presenta un’aula rettangolare a navata singola.
Nel presbiterio: organo del Nanchini del XVIII secolo, il più grande del Friuli. Prezioso l’ornamento ligneo del Deganutti, restaurato recentemente.
Ai lati due grandi dipinti del Rigo del 1893: a sinistra il conte Cacellino dona il feudo di Moggio al patriarca Federico, a destra San Carlo Borromeo visita l’abbazia di Moggio.
In basso gli stalli in noce massiccio intagliato.
Ai fianchi dell’altare barocco le statue di San Gallo e di San Carlo Borromeo.
Nell’aula: quattro altari laterali del 1700; a sinistra due altari alla Madonna: uno con statua del 1645 di autore ignoto, l’altro con grande pala della Madonna con Bambino, S. Antonio e S. Nicolò del Buttafuoco; al centro un ricco lampadario in ferro battuto e in legno intagliato e rivestito in lamina d’oro, composto da millecinquecento pezzi smontabili, comunemente chiamato “glogje”; ai lati due confessionali del 1700 e due di epoca precedente; sulle pareti dipinti murali del Rigo; sul soffitto un dipinto, opera di Tiozzo, sostituisce il precedente danneggiato dal terremoto.
Nel corridoio, verso la cappella del Santissimo, grande Cristo crocefisso, in noce dipinto del 1466, un tempo collocato nell’arco trionfale della precedente chiesa gotica; a destra il battistero risalente alla precedente chiesa con affresco raffigurante la parabola delle Vergini.

Chiostro benedettino
Dal 1987 è convento di clausura della suore clarisse sacramentine.
E’ a pianta rettangolare, ad archi leggermente abbassati, cinque sul lato maggiore e tre sul lato minore. Un’elegante linda con pilastrini a sezione quadrata corre al primo piano a sostenere la copertura in travi e coppi.

Torre medievale
Comunemente chiamata “palazzo delle prigioni” è probabilmente una delle torri del castello medievale in seguito adibita a palazzo di giustizia e, ai tempi napoleonici, a carcere mandamentale. Anticamente a quattro piani, all’inizio del 1800 abbassata a tre piani.
Attualmente viene utilizzata quale sede per mostre d’arte.

Berlina
Colonna in pietra del 1653 con la scritta supplicio di malfattori.
E’ la testimonianza del potere giudiziario esercitato dall’abbazia sul feudo di Moggio.
Posta all’inizio del viale che porta al convento, serviva per le fustigazioni dei condannati.

Chiesa di Santo Spirito
Eretta nel 1516, in stile gotico, ampliata a tre navate nel XVII secolo e crollata in seguito al terremoto del 1976. Il campanile, gravemente lesionato è stato restaurato.
In via Abbazia interessanti le case Rodolfi e Deganutti, restaurate dopo il terremoto grazie al piano di recupero dei beni ambientali elaborato dell’Amministrazione Regionale.


Moggio Basso

In piazza Uffici la facciata del Municipio, del XVIII secolo, con il suo aspetto classicheggiante costituisce il primo esempio di edificio pubblico.
All’inizio di via Traversigne si nota, sulla destra, la villa stile Liberty dell’inizio del ‘900, apprezzabile nella sua contenuta eleganza di linee e decorazioni.
A sinistra, un esempio di casa tradizionale di famiglia moggese benestante del 1800, ora adibita a locanda; si notano: l’ampio portone con lunetta; gli stipiti in pietra; un comodo corridoio da cui si accede alle quattro stanze con soffitto dalle travi a vista; annesso alla cucina, il focolare.
Proseguendo, al primo incrocio a destra, la casa Tolazzi, con ballatoio ad archi a tutto sesto in tufo e al piano terra i soffitti a volta.
Poco oltre, a sinistra, una tipica casa del 1700 con scale e linde esterne.
Dalla piazza, scendendo lungo la stretta via Fontana si può osservare la casa Tessitori, con ampio porticato.
In piazzale G. Nais oltrepassato il cippo a Jacopo Linussio e il Monumento ai Caduti, si accede al Borgo Linussio, un complesso di edifici facenti parte dell’antica fabbrica tessile Linussio. Su una chiave di volta si scorge lo stemma della famiglia e la data di costruzione: 1722.
Rivestono particolare valore architettonico le chiese delle frazioni: S. Antonio Abate a Ovedasso risalente al 1434; S. Floriano a Dordolla, elegante e candida costruzione sul poggio verde proteso sulla Val Aupa.
Le chiesette dei borghi più disagiati: Stavoli, Moggessa, Monticello e Riolada sono state costruite negli Anni Trenta secondo un comune progetto: pianta rettangolare con abside poligonale. Il terremoto ha distrutto la chiesetta di Monticello e le altre tre sono state restaurate grazie al generoso intervento di volontari.
Interessanti le cappellette, le edicole, le icone, i crocefissi realizzati dai valligiani lungo le strade e i sentieri di montagna: sulle selle, ai crocicchi, nei pressi dei ponti.

IL PAESAGGIO

Il Capoluogo di Moggio riserva un buon patrimonio storico-artistico, ma la vera ricchezza del paese è l’aspetto paesaggistico.
Il clima e la tradizione silvo-pastorale hanno favorito una vegetazione lussureggiante e le ardite creste montuose sono il degno coronamento alle sinuose valli alpine in cui si diversifica il territorio.
Uno sguardo alla Val Aupa è d’obbligo per la scoperta delle sue bellezze: acque limpide del torrente omonimo scorrono a fianco della strada; prati ridenti ben coltivati, trapuntati di fiori, rivestono ogni ripiano o declivio; alberi frondosi coprono i fianchi ripidi della valle fino alle pareti rocciose incombenti, dominate dalle guglie ardite della Creta Grauzaria.
Villaggi discreti spuntano tra il verde intenso sui pianori soleggiati: Pradis, Chiaranda, Grauzaria, Dordolla e Bevorchians. Solitari stavoli occhieggiano silenti in mezzo a radure rubate ai fitti boschi di conifere o di ceduo rigoglioso.
Dordolla è il borgo più caratteristico con viuzze in salita acciottolate o porfidate simili alle calli veneziane, insinuantesi tra file irregolari di case con balconi, terrazze, volte fatte di sassi o di legno. La chiesa linda e solitaria domina la valle.
Da ogni borgo partono sentieri verso le selle soprastanti per giungere alle vecchie malghe, a reconditi pascoli, alle fortificazioni della prima guerra mondiale. É un prezioso patrimonio di piacevoli percorsi sugli impervi fianchi vallivi.
Il sentiero del rifugio Grauzaria è un susseguirsi di scorci panoramici sorprendenti: chiazze di rododendri, boschi di faggio maestosi, di mughi profumati, pareti rocciose simili a facciate di cattedrali gotiche.
Ogni piccola valle laterale della Val Aupa è un invito a scoprire affascinanti microsistemi naturali.
La conca del Vualt offre un solido e ospitale rifugio per esplorare le sorgenti del rio Alba, per visitare i ricoveri militari sparsi sulle mulattiere di guerra percorrenti la catena del Ciuc del Bor, per raggiungere il bivacco alpino Bianchi ai piedi del Cjavalz e i vasti boschi rientranti nella riserva naturale dell’Azienda Regionale delle Foreste.
Nell’alta valle del rio Pontebbana si apre la conca di Aips, un’eccezionale dimostrazione del fenomeno carsico: le acque dei superbi monti circostanti, creta Rossa e Val Dolce, scompaiono in profondi inghiottitoi disseminati nella verde conca.
Nella Val Glagnò si affacciano le frazioni di Stavoli e di Moggessa. La prima è raggiungibile da Campiolo su comoda mulattiera. Sorpassato il rio Glagnò, ci si inerpica sul Pacol e, dopo cinquecento scalini, si giunge alla vetusta quercia che ingloba alcune croci votive; questo punto segna la fine della salita e offre lo sguardo verso il prativo dosso su cui sorge la borgata. Le case distese al sole, strette l’una all’altra, attorno a contorte viuzze, hanno sopportato quasi indenni le scosse telluriche del 1976.
Un sentierino collega Stavoli alla dirimpettaia borgata di Moggessa, ma le piene del Glagnò hanno divelto il ponte pertanto è sconsigliabile avventurarsi nei periodi di pioggia. I resti di una fornace per la cottura di coppi sono una testimonianza dell’ingegno dei valligiani.
Moggessa si divide nei borghi di Qua e di Là, separati dal rio Mulin, le cui acque alimentavano il mulino funzionante fino a pochi anni fa. Purtroppo il recente crollo del tetto impedisce di conoscere la struttura tipica dei ventiquattro mulini esistenti sul territorio.
A monte di Moggessa, si trova Monticello, collegata con una carrareccia che prosegue sino a Grauzaria. Un secolare faggio ombreggia la fontana del sito di Morolz, distrutto dal terremoto. Altri due piccoli borghi si incontrano accoccolati nella verde sella prativa: Poldos e Badiuz. Più in alto, a un’ora di strada, la malga Cimadors offre un significativo esempio della vita di stenti dei contadini di montagna.
Ad appagare le fatiche di chi s’inerpica fin lassù rimane la bellezza dei dolci pascoli invasi, in parte, dai circostanti solenni faggi.
Nel fianco destro della media Val Alba c’è la frazione di Riolada, un insediamento abbandonato dopo il terremoto del ’76. Le povere case non hanno retto alle scosse e solo la chiesetta si erge a testimoniare la religiosità dei nativi esperti capomastri nel regno Asburgico. Un laghetto artificiale, nel fondo della scoscesa valle, è uno smeraldo tra le ripide pareti a picco vestite da arditi pini.
Una piccola valle, inserita nella sinistra orografica del Fella, s’incunea nel parco delle Prealpi Giulie e una strada vi si inoltra per raggiungere gli stavoli di Ravorade e di Stivane. Volendo attraversare verso Cuel Lunc ci si imbatte, lungo il rio Cjampeit, in una fornace per la cottura dei sassi di calce, in ottime condizioni di manutenzione (funzionò fino agli anni cinquanta). Ritrovamenti come questo non sono tanto rari, perché vigeva la regola di costruire prima la fornace e poi gli edifici. Nel borgo di Stavoli si possono ancora vedere le fosse in pietra per la conservazione della calce.
A Ovedasso, la borgata più vecchia del paese, il terremoto ha cancellato le vestigia delle case più antiche in pietra a vista, con portali eleganti a tutto sesto, riparate da cortili acciottolati e ornate da semplici balconi rivestiti di fiori. Rimane la vecchia chiesa solitaria, al bordo del vasto pianoro alluvionale soprastante il greto del Fella.
Una comoda strada collega Ovedasso a Moggio e a Roveredo; tanti viottoli s’inoltrano nelle attigue valli del rio Alba e del rio Simon per cenge e creste.
È bello lasciarsi guidare dai sentieri e soffermarsi a godere i colori vivaci dei fiori, l’eleganza degli alberi svettanti verso il cielo, il canto degli uccelli nascosti nel bosco, il salto o il volo di un animale che fugge o il segno dell’uomo che col suo lavoro ha reso ospitale anche l’angolo più remoto delle valli moggesi.
 
 
 
 
 
 
 
Sentieri nascosti
 
 
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